Voss’abbenerica oppure voscenza benerica sono due espressioni di saluto che hanno significati differenti. La prima vuol dire “vostra signoria mi benedica”, e rappresenta un modo per riconoscere la potenza, ovvero la superiorità o il ruolo della persona alla quale ci si rivolge salutandola.
La seconda significa “vostra scienza mi benedica”, e rappresenta un modo per riconoscere le qualità intellettuali e morali della persona alle quale ci si rivolge con il saluto. In entrambi i casi si manifesta rispetto e deferenza, ma per qualità differenti.
Sia alla prima che alla seconda forma di saluto l’interlocutore, di solito, risponde santu e riccu, che rappresenta l’augurio che la persona salutata rivolge a chi l’ha salutata: l’augurio che per lui la vita sia serena e soddisfacente sia dal punto di vista del destino emotivo, sia dal punto di vista economico.
Noi siciliani, e noi catanesi in particolare, però, non sempre stiamo lì a perdere tempo, per capire quale sia la forma più gradita da parte del destinatario del saluto, ed è per questo abbiamo coniato alcune forme contratte che possono rappresentare l’una e l’altra modalità di saluto, senza incorrere in eventuali gaffe o in eventuali scortesie.
È per questa ragione che possiamo scegliere se dire s’abbenerica, che può sostituire sia voss’abbenerica, sia voscenza benerica, sia ass’abbenerica, che a sua volta sostituisce entrambe le forme, ma è un po’ meno raffinato delle altre, ma non per questo meno rispettoso ed efficace.
Questo modo di salutare si è via via perso negli anni e con esso, purtroppo, si è perso un po’ di quel rispetto che tutte le forme sin qui prese in esame presentavano.
Oggi si saluta quasi sempre dicendo ciao, o magari buongiorno o buonasera, per non parlare dell’impersonale salve, che è la traduzione italiana del siciliano salutamu, a cui, molte spesso, si replicava dicendo salutamu e cacciamu, vale a dire ricambiamo il saluto e andiamo via, magari senza troppa confidenza, come si fa nei confronti delle persone che non sono particolarmente gradite o che si conoscono poco.
Infatti, evitando di farsi sentire dall’interlocutore, si suole completare la frase con ca chiù picca ni viremu e megghiu stamu, che di certo non rappresenta un’espressione di gioia, anzi, è quasi un sollievo.
Insomma, siamo alle solite, il siciliano inteso sia come dialetto/lingua, sia come persona è cumplicatu. ‘A Sicilia è bella assai ma nuautri semu difficili e ppi capirini non c’abbasta mancu ‘a laurea, fiuramini chi nni po’ capiri ‘n poviru carrabbineri di Pordenone o di Belluno che deve sbobinare una intercettazione.
Perciò, amici mei, s’abbenerica a tutti, ‘e nichi, ‘e longhi e ai curti: acqua ravanti, ventu d’arreri e tirrimotu sutta ‘e peri.
E ora sciugghiticci sti nummira e iticcillu a spiegari o’ carrabineri ca già si cunfunniu e non capisci chiù nenti. Santi e ricchi a tutti.
