Il Senato della Repubblica ha approvato all’unanimità la legge che introduce nel codice penale il femminicidio, come reato autonomo, punendolo con l’ergastolo.
Sono lieto per il fatto che le forze politiche, quando vogliono, riescono a convergere su un risultato di carattere e di interesse generale, ma sono preoccupato per il fatto che la legge sulla quale hanno deciso di convergere affronti un tema sostanzialmente giusto nelle intenzioni, perché punta a proteggere maggiormente la donna, ma culturalmente parecchio sbagliato.
No, non perché sia giusto non tenere conto del drammatico fenomeno del femminicidio, che purtroppo insanguina la nostra società, né per sterile spirito polemico, ma perché introduce una pericolosa discriminante di natura sessuale, che potrebbe avere effetti anche in altri ambiti della nostra organizzazione sociale.
Per colpire e punire il femminicidio, infatti, non c’era bisogno di una nuova legge, perché già esisteva e riguardava l’assassinio, a prescindere dal sesso della vittima, tant’è che, fino ad oggi, chi si fosse macchiato di una simile colpa sarebbe stato comunque condannato.
Mi si potrebbe dire che se un uomo uccide una donna per motivi di “possesso fisico o intellettuale”, di “gelosia”, “di distorsione sentimentale”, ecc. configura una specificità criminale meritevole di espressa fattispecie.
Ebbene, anche se, ovviamente, riconosco l’esistenza di simili brutali episodi, ci mancherebbe, non sono affatto d’accordo con la soluzione trovata dal Parlamento.
Per concretizzare questo aspetto del problema, infatti, sarebbe stato sufficiente prevedere delle aggravanti, non certo una particolare fattispecie autonoma.
Proverò ad essere più chiaro con alcune domande retoriche: se un uomo uccide una donna, o chi tale si sente, commette femminicidio, se un uomo uccide un altro uomo o chi tale si sente, commette un omicidio, ma cosa succede se una donna uccide un’altra donna, per le stesse ragioni per le quali potrebbe ucciderla un uomo, o viceversa se una donna uccide un uomo per le stesse ragioni per le quali potrebbe accadere l’inverso?
Cosa succede se un omosessuale o un transessuale uccide un uomo o se una omosessuale o una transessuale uccide una donna? E cosa succede se un omosessuale di genere maschile uccide una omosessuale di genere femminile?
La legge della quale stiamo parlando, nonostante ne comprenda e ne condivida perfettamente lo spirito, purtroppo, introduce un principio molto pericoloso, secondo il quale un reato, o la sua brutalità, siano diversi a seconda di chi lo commetta, facendo venire meno, in questo modo, il principio di eguaglianza di fronte alla legge sul quale si fonda, tra i tanti, il nostro ordinamento.
Insomma, ancora una volta, ci troviamo davanti ad un provvedimento “manifesto” che è partito dalle buone intenzioni di chi vuole, giustamente, colpire pesantemente un reato terribile e assurdo, ma travolge il principio fondamentale secondo cui “Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti”. Ovvero , come recita il primo comma dell’art. 3 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Beh, forse se l’unanimità si fosse raggiunta sull’auspicata legge riguardante il “fine vita”, sulla “riforma delle carceri”, sulla “semplificazione burocratica”, sulla “perequazione infrastrutturale dell’intero Paese”, forse sarebbe stato meglio.
Forse si sarebbe infatti realizzato pienamente il secondo comma del già citato articolo 3 della Costituzione italiana che così recita: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Resta il fatto che “la più bella del mondo” avrebbe bisogno di un efficace lifting, magari affidato ad un’Assemblea Costituente eletta dal popolo, anche perché di rughe, talvolta parecchio profonde, ne ha ormai tantissime.
