Il termine avaia è probabilmente usato solo nella zona del Catanese, dov’é facile poterlo sentire in più di una circostanza.
Ad esempio, nel corso di una discussione, l’esclamazione avaia può essere tradotta con “ma va’”, “suvvia“, “dai”, ma con il triplo dell’enfasi, com’è tipico che accada nel linguaggio teatrale dei catanesi, che non a caso sono concittadini, tra i tanti altri, di Verga e di Martoglio, veri principi del teatro.
Il linguaggio dei catanesi è di per sé enfatico, è teatrale, appunto, anzi, è l’intera città che si pone come un teatro a cielo aperto, in cui ciascun catanese è un protagonista, mai un comprimario, ruolo che gli starebbe molto stretto!
Amunì, invece, è un’espressione siciliana tipica della zona del palermitano, il cui significato può essere “andiamo”, “suvvia”, oppure “sbrigati” o “dai va”.
Insomma Amunì è un invito all’azione, ma anche a soprassedere, spesso usato per incoraggiare qualcuno a muoversi, a superare l’inerzia, oppure a passarci su.
Amunì, però, può anche essere interpretato come un incoraggiamento a riprendere in mano la propria vita o a superare le difficoltà.
Va’ leviti, è una frase, un modo di dire, che si può trovare nel linguaggio dei palermitani, come in quello dei catanesi o di altre zone della Sicilia, tuttavia non si tratta di una espressione grammaticalmente corretta.
Si può intendere come una sorta di esortazione rivolta a qualcuno la cui presenza non è gradita, oppure può significare qualcosa come “ma non dirlo neanche per scherzo”, oppure “ma smettila”.
Insomma, ancora una volta, ci troviamo di fronte ad un linguaggio complesso, diversificato per area geografica, per cultura, per tradizioni, ecc.
In ogni caso, gli esempi più divertenti della differenza esistente tra il linguaggio dei palermitani e quello dei catanesi è quella che si può rinvenire in termini come: pacchiuna e annacati, che addirittura assumono significati diametralmente opposti a seconda da dove vengano pronunciati. A Catania e nelle zone limitrofe si definisce pacchiuna una bella ragazza, molto formosa e particolarmente attraente.
In quanto tale il termine si declina prevalentemente al femminile, perché si rifà al pacchio, ovvero alla definizione dialettale e un po’ volgare della vulva.
In altre parti d’Italia lo si potrebbe tradurre con il termine figa o figo, che si declina sia al maschile sia al femminile ed ha comunque la valenza di un complimento, anch’esso piuttosto volgare.
A Palermo lo stesso termine si declina sia al maschile, sia al femminile: pacchione e pacchiona e si riferisce ad una persona più o meno sovrappeso, quindi lontana dai tipici canoni della bellezza da passerella.
Nel caso di annacati la differenza è ancora più evidente, ma ha molto a che fare con la differente indole e con il differente carattere dei palermitani, rispetto a quello dei catanesi. Nella “Conca D’oro”, ai piedi del Monte Pellegrino, annacati vuol dire fingi di fare qualcosa, ma non fare nulla, cioè produci il massimo movimento con il minimo spostamento.
Si tratta di un modo di dire che, per esempio, nella zona di Paternò, viene reinterpretato con il famoso moviti fermu, che potrebbe sembrare un ossimoro, ma che significa proprio non fare nulla, come nel caso dell’annacati palermitano.
Nella “Piana di Catania”, ai piedi dell’Etna, annacati significa, invece, sbrigati, non perdere tempo che può essere sostituito da viri ch’a fari, che letteralmente significherebbe “guarda un po’ cosa devi fare”, che ovviamente appare molto meno efficace e diretto.
Se volessi far arrabbiare i miei tanti amici palermitani direi che basterebbe questo particolare per far capire quanto siamo differenti!
Invece, come mi capita spesso di fare, penso al solito carabiniere di Belluno o di Pordenone che, alle prese con la sbobinatura di una intercettazione si trova a dover capire se annacati vuol dire sbrigati o non fare nulla e se pacchiona significa bella e formosa oppure brutta e grassa.
