Il nome completo è Sport Italia Società a Responsabilità Limitata, ma nel dopoguerra tutti l’hanno conosciuta come SISAL, in dialetto Sisula, che altro non era se non la società che gestiva il Totocalcio, attraverso le schedine e le ricevitorie, che di solito coincidevano con le tabaccherie, che in quegli anni erano distribuite su tutto il territorio nazionale, persino nei paesini più piccoli dell’entroterra siciliano.
‘A futtuna è capricciusa , quannu voli arrivari, arriva macari ‘n pizzu a ‘na muntagna, ma si non voli arrivari non arriva mancu si ci ll’hai davanti.
La schedina, che la prima volta venne stampata in circa 5 milioni di esemplari, veniva distribuita gratuitamente e veniva compilata usando tre segni: 1, che significava la vittoria per la squadra che giocava in casa, X che significava il pareggio e 2 che significava la sconfitta per la squadra di casa.
La schedina riportava sulla sinistra le varie partite di campionato: tutte quelle di serie A, qualcuna di serie B e di serie C, mentre sulla destra erano indicate le colonne a coppie di due, nelle quali inserire la previsione cioè 1-X-2 a seconda delle ipotesi sulle quali, di solito, si scatenavano scontri “ideologico-sportivi” di varia natura.
Già, perché la compilazione della schedina era un vero e proprio rito. C’era chi la compilava da solo, come mio zio Angelo, facendosi aiutare dalle previsioni contenute nei giornali sportivi; c’è chi ripeteva sempre la stessa formula, come faceva mia nonna Peppina, secondo la quale ‘a futtuna si havi d’arrivari arriva, si non havi d’arrivari non arriva!
Poi c’erano le cosiddette cooperative, vale a dire gruppi di giocatori che si mettevano insieme, insieme compilavano la schedina e poi ripartivano il costo della giocata e l’eventuale vincita.
Quando le previsioni erano abbastanza certe si ripeteva la stessa indicazione, quando era dubbia se ne inserivano due o addirittura tre e si usava la quarta colonna per fare ipotesi un po’ strampalate.
Qualcuno, vincendo, ha fatto la propria fortuna, per altri è stata una vera e propria disgrazia, perché quel successo ha innescato forme di ludopatie talvolta molto gravi, com’è accaduto diversi anni fa ad un gruppo di ferrovieri che vinsero quasi un miliardo ciascuno.
Alcuni di loro investirono in maniera seria e sommarono fortuna a fortuna, altri persero la vincita e persino dell’altro.
Diversa è la storia del Lotto, che deriva dalla pratica in uso a Genova, nel XVI secolo, e che consisteva nello scommettere su cinque, tra 120 nomi di nobili genovesi, che sarebbero stati prescelti tra i membri del Serenissimo Collegio, che era l’organo di governo dell’omonima repubblica marinara.
Nel 1674, a Torino, questa stessa modalità di gioco prende il nome di “Lotto della zitella”, poiché a ciascun numero è abbinato il nome delle ragazze povere ed i proventi del sorteggio venivano distribuiti loro in dote.
Il gioco, in ragione della sua semplicità, si estese presto ad altre città italiane, nonostante i tentativi di proibire le scommesse e le minacce di scomunica. Nel 1731, tuttavia, lo Stato Pontificio ne autorizza l’esercizio, destinandone i proventi al finanziamento di opere architettoniche e di pubblica utilità, quali la costruzione della Fontana di Trevi e la bonifica delle paludi pontine.
Le estrazioni dei numeri, col tempo, divennero sempre più numerose; da quelle annuali si giunge progressivamente a quelle settimanali, svolte tradizionalmente il sabato. Nel 1863, con l’unità d’Italia, lo Stato decise di disciplinare il gioco anche ai fini fiscali; inizialmente come sedi delle estrazioni, vengono scelte otto città d’Italia. Oggi le città prescelte sono dieci: Bari, Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia, Cagliari e Genova.
Nel 1994 il lotto fu affidato all’Amministrazione autonoma dei monopoli di stato, la quale ne dà in concessione il servizio ad un operatore specializzato, la Lottomatica.
La vincita più alta mai pagato nei 500 anni di storia del Lotto, derivante da un singolo scontrino di gioco, risale al 2014 ed equivale a 3.124.750 euro.
Non si può parlare di lotto, in cui si vincono cifre variabili a seconda del numero di combinazioni che si azzeccano (ambo, terno, quaterna, cinquina) senza parlare di sogni e di smorfia.
La tradizione vuole che, infatti, i numeri da giocare provengano da misteriosi segnali onirici, esoterici, più o meno enigmatici, da decodificare attraverso la smorfia, un libro nel quale sono contenuti gli accoppiamenti tra fatti o cose e numeri.
Sempre la tradizione vuole che i numeri che vengono sognati o “dati” non si debbano condividere con nessuno, ma se no non nesciunu, e s’ana ghiucari almenu tri voti picchì i mutticeddi ca ni ll’ana ratu an’aviri ‘u tempu di falli nesciri.
Oggi il lotto è meno in uso, non ci sunu chiù mancu ‘i banchi do’ lottu e mancu chiddi ca sciogghiunu ‘i nummira. Il gioco è stato in parte sostituito da tanti altri giochi, più o meno simili ed anche on line, che continuano a illudere milioni di giocatori, ma che provocano un gettito annuo per lo Stato pari a 136 miliardi.
Sì, ‘u liggisturu bonu 136 miliardi di euru ca sunu sudduna. Ppi chissu ‘u Statu si nni futti su giovini e vicchiareddi s’arruvununu ‘a vita assicutannu a futtuna ca non arriva quasi mai. Tiniti accura!