Come mi accade di fare qualche volta, il mio commento al risultato elettorale nelle sette regioni in cui si è votato negli ultimi mesi (Valle D’Aosta, Marche, Veneto, Campania, Puglia, Calabria e Toscana) andrà oltre il “tifo”, che in politica serve solo nella componente passionale, ma fino a un certo punto. Insomma proverò ad andare il 4 a 3 che significa davvero poco.
Ebbene, ciò che penso è che, come ho sostenuto anche in passato, la ridotta partecipazione al voto riguardi soprattutto la sinistra dato che quando la sinistra porta la gente alle urne, magari perché ha governato o perché ha un buon candidato o un programma valido, cresce nei consensi.
Ciò che penso, poi, è che il centrodestra, fino a questo momento, riesce a parlare solo ai propri elettori, che si distribuiscono al suo interno, compiacendo i rispettivi partiti dei modesti scostamenti ciclici a favore dell’una o dell’altra componente, ma che non riescono ad andare oltre il tradizionale bacino di consensi, se non che per piccole ed insignificanti frazioni.
Ciò che penso è che quando il candidato del centrosinistra è espressione del Movimento Cinque Stelle appare più credibile che quando è espressione del PD, nonostante il PD sia elettoralmente più forte dei Cinque Stelle, e questo la dice lunga su ciò che potrebbe accadere in altre competizioni e di quanto conti l’organizzazione ed il senso di partito rispetto all’improvvisazione.
Penso inoltre, e forse lo spero pure, che c’è una parte della sinistra (laica, liberal-democratica e riformista) che oggi si trova in sofferenza, e che per questo motivo potrebbe decidere di non assecondare la radicalizzazione a sinistra del PD e dell’intera coalizione.
Sia ben chiaro, il fenomeno in questione è presente pure nel centrodestra, anche se in misura molto minore, dato che Forza Italia lo contiene in parte pur non essendo ritenuta pronta ad interpretare le posizioni citate, che pure erano le sue originarie, tant’è che si colloca al di sotto del 10%: davvero poco!
Ad ogni modo, l’una e l’altra tendenza confermano che gran parte dell’astensionismo, purtroppo in continua ed allarmante crescita, denuncia la mancanza di un’offerta politica credibile nell’area laica, riformista e moderata, che potrebbe organizzarsi e cercare un leader adeguato ma che, al momento, sbagliando clamorosamente, non lo fa, preferendo filosofeggiare, contribuendo così al non voto dei suoi, ipotetici ma delusi, elettori potenziali.
Al momento, nell’area culturale in questione, orbitano una quarantina di sigle, con percentuali inferiori al prefisso telefonico di Milano, le quali continuano a dividersi sempre di più, per il solo piacere egocentrico ed autoreferenziale dei rispettivi insignificanti, sedicenti e miserabili leader, che così, però, è vero che potranno continuare a definirsi tali, ma è vero pure che non riusciranno a contare neanche alle elezioni di un condominio.