‘Na vota c’era ‘u siggiaru, c’era ‘u scapparu, c’era l’ebanista, c’era ‘u firraru, c’era ‘u ricuttaru, c’era ‘u biciclittista, c’era l’umbrillaru, c’era ‘u consapiatti, c’era ‘u mola fobbici e cuteddi e c’erano tantissimi altri piccoli artigiani che, intorno alle sette del mattino, azionavano quasi all’unisono i loro attrezzi da lavoro, mettendosi all’opera con impegno, lena e tanta dignità.
Nei primi minuti la sensazione che si aveva era quella di stare ad ascoltare un’orchestra di archi, ottoni, legni e percussioni mentre, prima di eseguire un brano musicale, vengono accordati i vari strumenti.
A cantare su quelle insolite note, che caratterizzavano in maniera inequivocabile l’operosità dei catanesi, ci pensavano i venditori ambulanti con la tipica vanniata, che descriveva la bontà della loro merce, che decantavano meglio di quanto potesse fare un “carosello” televisivo. Tra loro c’era ‘u luppinaru, il venditore di ficu, il venditore di ceusa niuri, ‘u gilataru, ‘u fruttaiolu, ‘u pisciaru, ‘u lattaru, ‘u ricuttaru e tantissimi altri piccoli commercianti di strada i quali, come accadeva pure per i loro quasi colleghi, gli artigiani di strada, rappresentavano un’economia povera ma dignitosa, onestà e molto attiva.
Oggi, per le strade catanesi, la particolare sinfonia data dal martello sull’incudine, dal coltello sulla ruota dell’arrotino o dalla lima sugli utensili di rame non la si sente più, così come a vanniari non è rimasto quasi nessuno, se non qualche maleducato.
In compenso, il suono ritmico degli zoccoli dei cavalli e dei somari, che trainavano i carretti scricchiolanti lungo le strade di pietra lavica del centro storico e della periferia, sono stati sostituiti dal volgare rombo di qualche marmitta sfondata e dall’altrettanto volgare strombazzare dei clacson delle auto.
Si tratta di suoni assordanti attivati da somari a due zampe, cioè da automobilisti o motociclisti frettolosi e stupidi, che pensano che suonare ai semafori permetta a chi sta loro davanti di volare, come se fosse a bordo di un elicottero.
Sono favorevole al progresso, sono favorevole alla libertà di ciascuno, ma a patto che il primo non si trasformi in violenza contro l’uomo e la natura e la seconda non diventi maleducata anarchia.
Un tempo c’era il buonsenso, lo stile e l’educazione, oggi i vastasi sono arrivati al potere e c’è solo violenta e arrogante presunzione.
