Il catanese lo si riconosce non solo dalla cantilena che accompagna o precede qualsiasi affermazione verbale, soprattutto le domande: chi è veruuuu? Ma unni si ni iuuuu? Cchi voi tuuuu? Ecc. Oppure: iiiiddu fuuuu! Caaa qualiiii…!
No, il catanese lo si riconosce anche dalla (R) che viene omessa, come nel caso di potta, intesa come porta o come imperativo del verbo portare, oppure come scappa, non in quanto imperativo presente del verbo scappare, ma come calzatura.
Il catanese si riconosce anche dal modo attraverso il quale cammina ed attraverso il quale si rivolge a terzi.
Le modalità attraverso le quali il cittadino marca liotro cammina sono diversi e ognuna, secondo le regole della prossemica o della mimica, assumono un preciso significato.
C’è ‘a ‘nnacata, che manifesta sicurezza e spavalderia, c’è ‘a ‘nnacata con le mani in tasca, che manifesta superiorità oppure disinteresse o rilassatezza, ma che può anche nascondere qualcosa: un’arma, dei soldi, una sorpresa, bella o brutta che sia.
Sì ma non n’ama scuddari ‘a caminata ch’i conna calati, ‘a caminata lesta lesta, ‘a caminata sbracalata, ‘a caminata di cu’ ci rolunu ‘i peri, ‘a caminata di panza, di chi vuole mostrare la sua forza, ‘a caminata cianchina, di chi è abituato sempre a cedere il passo e per questo assume un atteggiamento servizievole e tanti autri caminati ca s’ana canusciri boni o si ponu fari sbagghi rossi.
Ma neanche la conoscenza di questi dettagli ci può consentire di pensare di conoscere bene i catanesi, almeno se non si conoscono pure le loro esagerazioni verbali e gestuali.
Il catanese, infatti, se lo hai fatto arrabbiare, e per questo vuole mandarti a quel paese, non si limita a dirti vai a fanculu, lui esagera e dice: ietta sangu, perché non gli basta che ci si tolga dai piedi, lui vuole davvero vederti vomitare sangue, anche se spesso si tratta solo di un’affermazione dal “sen sfuggita”, anche perché il catanese non è di indole tanto cattiva da volere la morte altrui, a lui basta altro.
Il catanese se ha mal di stomaco o se prova rabbia per qualcuno o per qualcosa non ha dubbi e dice: c’haiu ‘i vuredda ‘nturciuniati, ed in questo caso non basta né un internista, né un chirurgo!
Quando il catanese ha un po’ di mal di testa, siccome è portato ad esagerare, dice: “mi pattiu ‘a mirudda”, chissà dove sarà andata?
Per il catanese una donna un po’ sovrappeso avi ‘na panza quantu ‘na utti, quannu camina fa’rririri a tutti. In tal senso esistono tante filastrocche divertenti, che i ragazzini della mia generazione, per divertimento, declinavano per intero, magari per fare arrabbiare qualche interessato o qualche interessata.
Infine, non potendo andare avanti ad oltranza, perché ci vorrebbe un’altra pubblicazione, il catanese, se è accaduta qualcosa di grave dice: succiriu la valle, mentre se ha un po’ di appetito havi ‘na fami ca non ci viri, oppure avi ‘na fami ca è niura.
Insomma, la conoscenza psicologica e sociologica del catanese richiede competenze che vanno ben oltre una semplice conoscenza linguistica e chi non lo comprende viene immediatamente annoverato tra i scimuniti picchi ‘a scemunitaggini è pariggia.

