La Passione di Cristo rappresenta il culmine della missione terrena di Gesù, come narrata nei Vangeli di Matteo, di Marco di Luca e di Giovanni.
È un percorso di sofferenza che inizia con l’Ultima Cena, passa per l’uliveto di Getsemani e culmina nella crocifissione sul Golgota.
Teologicamente, la passione di Cristo simboleggia il sacrificio volontario per la redenzione dell’umanità dal peccato, come profetizzato in Isaia: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze”.
L’Ultima Cena, svoltasi nel Giovedì Santo, vede Gesù istituire l’Eucaristia: “Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue”. Quel gesto sacro tradisce il senso di imminente abbandono, con Pietro che promette fedeltà eterna.
Nel Getsemani, Gesù prega angosciato: “Padre, se è possibile, passi da me questo calice”, sudando sangue per l’agonia.
Giuda lo bacia tradendolo per trenta denari; Pietro nega tre volte di averlo conosciuto: quanta attualità in quei comportamenti.
Dopo il suo arresto, Gesù subisce il processo davanti al sinedrio, è accusato di blasfemia, per aver affermato di essere Figlio di Dio.
Pilato, prefetto romano, lo interroga: “Sei tu il re dei Giudei?” Gli chiede. Pilato, in un primo momento, lo dichiara innocente, ma la folla, istigata dai capi popolo, grida “Crocifiggilo!” E così, al suo posto, viene salvato Barabba. Gesù è quindi flagellato, coronato di spine, deriso come “re dei Giudei” e condannato alla crocifissione.
La “via crucis” conduce Gesù al Calvario. Ai suoi piedi pregano Maria, Giovanni e altre donne. Crocifisso tra due ladroni, Gesù pronuncia poche parole: “Padre, perdona loro che non sanno cosa fanno.”
La condanna, la crocifissione e la Passione di Cristo ha ispirato l’arte, la liturgia e teologia, ma non la giustizia dato che, nonostante siano trascorsi circa duemila anni, il popolo continua a condannare Cristo e ad assolvere Barabba, mentre il sinedrio di allora, e la magistratura di oggi non pagano mai per gli errori compiuti.