Il 15 maggio la Sicilia celebra un anniversario che va oltre la semplice ricorrenza istituzionale: si tratta degli ottant’anni dello Statuto autonomistico, approvato nel 1946, pochi mesi prima della nascita della Repubblica italiana.
Quella che ricorre oggi è quindi una data che parla di identità, di ideali, di attese, di equilibri politici, di rapporti con lo Stato centrale e soprattutto di una lunga e antica ricerca di autogoverno da parte dell’isola.
L’autonomia siciliana nacque in un momento cruciale della storia italiana. La Seconda guerra mondiale aveva lasciato il Paese in macerie, mentre in Sicilia convivevano tensioni sociali, passioni ideali, spinte indipendentiste e profonde disuguaglianze economiche.
In quel contesto, il governo italiano scelse di riconoscere alla Regione uno statuto speciale, con ampie competenze legislative e finanziarie. Il decreto di approvazione fu promulgato il 15 maggio 1946 ed è diventando uno dei primi atti fondativi della nuova Italia democratica, dato che precede persino la Costituzione della Repubblica, che lo ha fatto proprio.
Da quel momento, e per diversi anni, lo Statuto della Regione Siciliana ha rappresentato un unicum nel panorama nazionale.
Alla Sicilia vennero infatti attribuiti poteri più estesi rispetto alle regioni ordinarie, che furono istituite nel 1970: competenze in materia di agricoltura, di enti locali, turismo, di attività produttive, di miniere, di beni culturali e soprattutto una particolare autonomia finanziaria, fondata sul principio che gran parte delle imposte riscosse nell’isola dovessero restare sul territorio.
L’obiettivo era duplice: riconoscere la specificità storica e culturale siciliana e ridurre il divario economico con il Nord Italia.
In questi ottant’anni l’autonomia ha attraversato stagioni molto diverse. Nell’immediato dopoguerra contribuì alla costruzione delle istituzioni regionali e accompagnò la grande trasformazione sociale dell’isola, dalla riforma agraria all’industrializzazione, poi lo Stato cominciò a tradire il significato ed il contenuto dello statuto, a cominciare dalla sterilizzazione dell’Alta Corte, che avrebbe dovuto dirimere le controversie istituzionali.
La nascita dell’Assemblea Regionale Siciliana, uno dei parlamenti regionali più antichi d’Europa, segnò un passaggio simbolico importante: per la prima volta molte decisioni strategiche venivano prese direttamente a Palermo.
Non sono mancati, però, limiti e contraddizioni. L’autonomia è stata spesso accusata di non avere mantenuto tutte le iniziali promesse di sviluppo. La crescita economica della Sicilia è rimasta infatti discontinua, segnata da emigrazione giovanile, infrastrutture insufficienti e difficoltà amministrative e politiche.
In diversi momenti storici, il dibattito pubblico ha oscillato tra due visioni opposte: da un lato chi considera lo Statuto uno strumento ancora essenziale per difendere gli interessi dell’isola; dall’altro chi ritiene che molte prerogative siano state utilizzate in modo inefficiente o incompleto.
Pochi ricordano l’ascarismo della classe politica isolana, quasi del tutto pedissequa e prona rispetto alla volontà dei partiti nazionali. Forse per questo ci ricascano!
Eppure, ridurre l’autonomia soltanto a una questione burocratica sarebbe un errore, così come è un errore mantenere aperte le note, e spesso strumentali, criticità dei rapporti tra Regione e Stato.
Lo Statuto speciale ha infatti contribuito a rafforzare una coscienza politica e culturale siciliana, che continua a distinguersi nel panorama italiano, dalla tutela del patrimonio artistico e dalle tradizioni linguistiche, alle peculiarità territoriali, ecc. che ancora oggi trovano nell’autonomia un punto di riferimento fondamentale.
L’anniversario degli ottant’anni arriva oggi in una fase storica in cui il tema delle autonomie regionali è tornato al centro del confronto nazionale, essendo legato al tema dell’autonomia differenziata, alle tensioni tra Stato e territori ed alla gestione delle risorse nazionali ed europee.
Sono tutte questioni che hanno riaperto interrogativi antichi: quale deve essere oggi il rapporto tra centro e periferia? Quanto l’esperienza siciliana può ancora rappresentare un modello? Chi parla di autonomia è realmente consapevole di ciò che significhi? Lo statuto è ancora attuale o avrebbe bisogno di una messa a punto?
Mi auguro che le celebrazioni del 15 maggio non saranno soltanto commemorative, che non si ridurranno alla solita passerella di autorità più o meno consapevoli di ciò che stanno celebrando. Mi auguro che rappresenteranno anche l’occasione per interrogarsi sul futuro dell’Isola, che ha bisogno di certezze, di visioni moderne e soprattutto di gente che sappia interpretarle.
L’autonomia, infatti, non è mai stata una conquista definitiva, ma un processo continuo che richiede responsabilità politica, capacità amministrativa e soprattutto attiva partecipazione civile.
Insomma, ottant’anni dopo il 1946, la sfida resta la stessa delle origini: trasformare uno statuto speciale non in uno sterile privilegio formale, ma in un efficace e concreto strumento di sviluppo, coesione e valorizzazione dell’identità siciliana.
