A Roma sarebbero il signor Augusto e la signoria Cesira, a Milano il Cumenda e la Sciura, a Catania sono Turi e Tina e rappresentano l’essenza, l’estratto più puro e diffuso della catanesità, come potrebbero essere Saru e Cuncittina, altra accoppiata molto comune nelle zone che si trovano ai piedi dell’Etna.
Turi e Tina, però, non rappresentano soltanto due nomi propri di persona, particolarmente diffusi nel secolo scorso in Sicilia e soprattutto a Catania, sono anche due modelli di varia umanità con delle caratteristiche ben specifiche.
Turi, nonostante possa sembrare il contrario, è un nome altisonante, protettivo, paterno, autorevole, sia nel bene che nel male, non per nulla è il diminutivo di Salvatore, la cui origine appare del tutto evidente.
Tina deriva da Agata, l’amore e la devozione dei catanesi per la martire Sant’Agata sono noti a tutti. Per impegno, forza e profondità, essi somigliano tanto agli analoghi sentimenti che i palermitani nutrono per Santa Rosalia ed i siracusani per Santa Lucia.
Saro, diminutivo di Rosario, è tipico di chi lavora, di chi, come Alfio, è compare, di chi ha forti capacità pratiche, ma anche di chi ricopre posizioni importanti, come ricorda sempre il famoso cabarettista Giuseppe Castiglia, che del suo Saro Falsaperla ne ha fatto il simbolo del catanese medio, buono per tutte le occasioni.
Certo, sia Turi che Saro si prestano alla facile ironia: “Turi friscu”, diceva un vecchio e simpatico amico sindacalista, giocando sul significato traslato: te lo rinfresco.
“manca Saru, ma iù m’a scapulai,” rispondeva un suo collega non meno simpatico di lui e anche lui giocando con le parole: mi hanno incastrato ma sono riuscito a sfuggire.
E poi non bisogna dimenticare Turi e Cuncittina della meravigliosa trasmissione “Il ficodindia”. Il loro “aiaio, aiaio”, e “mi siddia” sono rimasti veri e propri modi di dire di uso comune, entrati nel linguaggio corrente dei catanesi, non meno di “ ‘a potta, ‘u muluni” oppure “‘u purtau ‘u pani papà” dell’esilarante duo comico, degli anni ‘70 del secolo scorso, composto da Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina, grandi attori validissimi in qualsiasi repertorio del teatro e del cabaret.
Chi ci vuliti fari, amici mei, nuautri catanisi putemu scriviri libri macari fari filusufia cu’ nomi e cugnomi e si non ci cririti addumannaticcillu a Peppi ‘i Mappassu, a Cicca Stonchiti, a Pippu Pinnacchiu, a Iaffiu ‘u babbu, a don Cola Carogna, a Iachinu Marletta e a Don Procopiu ‘Ballacchieri: iddi ni sanu una ch’ossai do’ riavulu e su si mentunu a parrari, di unni vegnu e vegnu do’ mulinu: ci n’è ppì tutti, pe Nichi, pe’ logni e pe cutti.
In effetti è proprio così, il teatro a cielo aperto che risponde al nome di Catania non chiude mai, come non lasciano lai la scena né gli attori, vale a dire i catanesi, né i registi, né gli autori, anch’essi figli dell’Etna, fratelli di Martoglio e cugini di Giovanni Grasso, Angelo Musco, Rosina Anselmi, Turi Ferro e tanti altri straordinari protagonisti della vita e dell’agorà della patria di Bellini e Verga dei quali sono degni nipoti.
Sì va beni, ora, però, ammogghila, anzi, votila ca’ s’abbrucia, picchi è ‘nutili, ‘u riavulu ca t’alliscia voli diri ca voli l’arma, ma ‘u megghiu suddu è chiddu ca non voli sentiri, ‘u capisturu?
Di sti’ tempi sunu tutti santi ca non surunu, ma quannu hanu bisognu ti ceccunu comu ‘na ugghia pessa. E ora salutamu e cacciamu, ca già hama parratu assai.
