L’hata vistu mai ‘n catanisi ca non sapi quacche cosa? Mai! ‘U catanisi non sapi quacche cosa quannu non ci cummeni sapilla o quannu non vi voli arrispunniri picchì non c’interessa.
È proprio la verità, noi catanesi, anche quando siamo ignoranti come capre, non lo ammetteremo mai, anzi, come direbbe il mio indimenticato e indimenticabile amico Placido Quercia, il catanese sa “tutto più due cose”, ovvero “sapi du’ pagini ch’assai do’ libru”. Si tratta di un paradosso, direte, ma è proprio lo stile che contraddistingue gran parte di noi figli dell’Etna, uno stile che Placido conosceva benissimo e sul quale ironizzava con grande intelligenza.
Per usare una vecchia storiella sul carattere di alcuni popoli: gli americani, quando non sanno una cosa, pagano uno che la sa.
I francesi, quando non sanno una cosa, fanno di tutto per cambiare discorso e distrarre l’interlocutore.
Gli inglesi, quando non sanno una cosa, accendono la pipa, o prendono un tè, e assumono un atteggiamento pensoso, apparentemente saggio e riflessivo.
I russi, quando non sanno una cosa, non sanno di non sapere perché nessuno gliel’ha detto, e al massimo attendono che il Cremlino emetta un ordine di servizio.
I tedeschi, quando non sanno una cosa non si rassegnano all’ ignoranza, si mettono a studiare e la imparano.
U’ catanisi, ca è menzu tedescu, non s’arrenni mai mancu iddu, ma non sturia, anzi si nni vanta, e cerca sempri di nescirisinni di bella. Infatti, quannu non sapi ‘na cosa, t’a spiega. Anzi, menu ‘a sapi e chiù megghiu t’a spiega!
Che ci volete fare, noi siamo fatti così e non è facile farci cambiare atteggiamento, tanto un simile stile comportamentale è insito nel nostra carattere e non è recente: nuatri ama statu sempri accussì.
All’interno di questo modus operandi, che come detto è tipico del carattere etneo, ci sono, poi, alcune categorie che ampliano lo stile e ne fanno quasi una imprescindibile condizione professionale.
A sapirini una ch’assai do’ riavulu, di solito sono i politici, la cui onniscienza costituisce una sorta di pre condizione per fare carriera.
Ma i politici non sono i soli. “A sapere tutto più due cose” sono anche i medici, i sindacalisti, i magistrati e gli avvocati che, con le loro arringhe, sono capaci di mettere insieme Pasolini con Picasso, Socrate con Lucio Battisti, Sandulli con Salandra, ecc.
Per non parlare degli ingegneri i quali, essendo tecnico-scientifici, non possono essere mai smentiti, soprattutto dagli architetti, che sono i loro artistici competitori, per non parlare de gilomitri, ca non si nna mancu discurriri.
Non c’è dubbio, però, che tra i catanesi che, per definizione, “sanno tutto più due cose”, quelli che ne sanno ancora di più sono i barbieri e i frequentatori dei bar, i quali sono capaci di affrontare qualsiasi argomento con scarsa competenza, ma con enorme presunzione.
Dalla sedia dei barbieri o dai banconi dei bar catanesi si fanno le formazioni di calcio, si risolvono le crisi politiche, si sottoscrivono i trattati di pace, si formulano diagnosi e terapie, si consunu e si sconsunu matrimoni, s’accattunu e si vinnunu terreni, machini e casi, picchì ‘u catanisi sapi fari macari ‘u nutaru e si non ‘u sapi fari c’havi sempri ‘n cucinu o ‘n amicu c’o sapi fari. Fozza Catania!
SAPEMU SEMPRI TUTT ‘I COSI
L’hata vistu mai ‘n catanisi ca non sapi quacche cosa? Mai! ‘U catanisi non sapi quacche cosa quannu non ci cummeni sapilla o quannu non vi voli arrispunniri picchì non c’interessa.
È proprio la verità, noi catanesi, anche quando siamo ignoranti come capre, non lo ammetteremo mai, anzi, come direbbe il mio indimenticato e indimenticabile amico Placido Quercia, il catanese sa “tutto più due cose”, ovvero “sapi du’ pagini ch’assai do’ libru”. Si tratta di un paradosso, direte, ma è proprio lo stile che contraddistingue gran parte di noi figli dell’Etna, uno stile che Placido conosceva benissimo e sul quale ironizzava con grande intelligenza.
Per usare una vecchia storiella sul carattere di alcuni popoli: gli americani, quando non sanno una cosa, pagano uno che la sa.
I francesi, quando non sanno una cosa, fanno di tutto per cambiare discorso e distrarre l’interlocutore.
Gli inglesi, quando non sanno una cosa, accendono la pipa, o prendono un tè, e assumono un atteggiamento pensoso, apparentemente saggio e riflessivo.
I russi, quando non sanno una cosa, non sanno di non sapere perché nessuno gliel’ha detto, e al massimo attendono che il Cremlino emetta un ordine di servizio.
I tedeschi, quando non sanno una cosa non si rassegnano all’ ignoranza, si mettono a studiare e la imparano.
U’ catanisi, ca è menzu tedescu, non s’arrenni mai mancu iddu, ma non sturia, anzi si nni vanta, e cerca sempri di nescirisinni di bella. Infatti, quannu non sapi ‘na cosa, t’a spiega. Anzi, menu ‘a sapi e chiù megghiu t’a spiega!
Che ci volete fare, noi siamo fatti così e non è facile farci cambiare atteggiamento, tanto un simile stile comportamentale è insito nel nostra carattere e non è recente: nuatri ama statu sempri accussì.
All’interno di questo modus operandi, che come detto è tipico del carattere etneo, ci sono, poi, alcune categorie che ampliano lo stile e ne fanno quasi una imprescindibile condizione professionale.
A sapirini una ch’assai do’ riavulu, di solito sono i politici, la cui onniscienza costituisce una sorta di pre condizione per fare carriera.
Ma i politici non sono i soli. “A sapere tutto più due cose” sono anche i medici, i sindacalisti, i magistrati e gli avvocati che, con le loro arringhe, sono capaci di mettere insieme Pasolini con Picasso, Socrate con Lucio Battisti, Sandulli con Salandra, ecc.
Per non parlare degli ingegneri i quali, essendo tecnico-scientifici, non possono essere mai smentiti, soprattutto dagli architetti, che sono i loro artistici competitori, per non parlare de gilomitri, ca non si nna mancu discurriri.
Non c’è dubbio, però, che tra i catanesi che, per definizione, “sanno tutto più due cose”, quelli che ne sanno ancora di più sono i barbieri e i frequentatori dei bar, i quali sono capaci di affrontare qualsiasi argomento con scarsa competenza, ma con enorme presunzione.
Dalla sedia dei barbieri o dai banconi dei bar catanesi si fanno le formazioni di calcio, si risolvono le crisi politiche, si sottoscrivono i trattati di pace, si formulano diagnosi e terapie, si consunu e si sconsunu matrimoni, s’accattunu e si vinnunu terreni, machini e casi, picchì ‘u catanisi sapi fari macari ‘u nutaru e si non ‘u sapi fari c’havi sempri ‘n cucinu o ‘n amicu c’o sapi fari. Fozza Catania!
