In Sicilia i cani non sono tutti uguali ed in alcuni casi non sono neanche cani. Conoscere la differenza tra cani, soprattutto se non ci si riferisce alla razza del più fedele amico dell’uomo, ma ai comportamenti umani è di fondamentale importanza.
Ovviamente noi lo facciamo soprattutto ad uso dell’ormai famoso carabiniere, di Pordenone o di Belluno, chiamato a sbobinare e trascrivere la registrazione di qualche intercettazione telefonica; per lui sbagliare potrebbe rappresentare un errore grave, un errore da matita blu.
Ma andiamo con ordine e proviamo a non dimenticare qualche fattispecie, circostanza che sarebbe davvero imperdonabile.
‘U cani è la figura retorica che, di solito, si associa alla fedeltà, all’ obbedienza e alla dedizione nei confronti del padrone.
Nel nostro caso, invece, ‘u cani è la persona cattiva, ringhiosa, l’avversario da eliminare. Muriu ‘u cani, infatti, non è l’annuncio della dipartita di Fido, ma l’annuncio della morte o dell’uccisione di un avversario.
Ma non è tutto. Facci di cani, infatti, significa avere il viso che esprime costantemente cattiveria o aggressività.
Non a caso questo inopportuno soprannome viene spesso attribuito a quelle persone particolarmente violente o aggressive con le quali ci si imbatte.
Poi ci sono i cani di mannira, letteralmente cani di mandria, che sono quelli che badano al gregge e rispondono solo al pastore.
La versione traslata ed applicata al genere umano rappresenta colui il quale è forte con i deboli (le pecore) e debole con i forti (il padrone), ma è anche attento nel fare il proprio dovere, esattamente come quei grossi cani che i pastori utilizzano per essere aiutati a governare il gregge, soprattutto durante gli spostamenti.
C’è anche ‘u cani di bancata, letteralmente il cane da marciapiede, che nella forma umanizzata, di solito, si riferisce al non al semplice cane randagio, come ce ne sono tanti per le strade delle nostre città, ma a quel tipo di cane che è capace di affrontare qualsiasi situazione perché è abituato al peggio.
‘U cani di bancata, infatti, è furbo, è sempre pronto a cogliere l’occasione, ad addentare un cosciotto, malamente esposto da qualche macellaio ingenuo.
C’è da dire che quando un cani di bancata, per fortuna o per stanchezza, si trasforma in cane domestico, riesce a diventare bravissimo, affettuosissimo, ovviamente sempre nei confronti del padrone o di chi vuole il padrone, perché lui, il cane, è intelligentissimo, capisce sempre alla perfezione ciò che vuole il suo amico umano e si comporta di conseguenza.
Un’altra definizione spesso utilizzata in maniera traslata è quella di cani di caccia, che non si riferisce soltanto alle razze tipiche che vengono utilizzate dai cacciatori, cirnechi, setter, bracchi, ecc., sarebbe troppo semplice e noi non siamo affatto gente semplice. Nuautri siciliani non semu semplici, mettitivillu ‘nta testa!
Infine c’è ‘u cani di casa, ‘u cani di cumpagnia, ovvero ‘u cani d’allevamentu, vale a dire quello che non è particolarmente abituato a lottare, a cercarsi da solo il cibo, a difendersi, ecc.
L’uso traslato di questa definizione canina ha molto a che fare con la debolezza, o con la docilità, dunque con la non pericolosità.
Personalmente amo molto i cani di bancata, sempre pronti a qualsiasi evenienza perché ne hanno viste di tutti i colori, perché sanno quant’è dura la vita e perché mostrano sempre una forte personalità che li fa davvero unici e straordinari.
Se avete voglia di dividere la vostra vita con quella di un cane scegliete sempre ‘n cani di bancata, prendeteli da un canile.
Loro sanno perfettamente che li avete salvati da quella condizione di semi prigionia e ve ne saranno riconoscenti!
Per ultimo desidero parlare di un’altra figura retorica che non è un cane, ma un Gano, che in Siciliano, però, diventa Canu, forse a causa dei suoi comportamenti.
Si tratta di Gano di Magonza che è il patrigno di Orlando e quindi è anche cognato di Carlo Magno, avendone sposato la sorella e madre di Orlando, Berta.
Pur essendo uno dei paladini del re, Gano tradisce la propria patria svelando ai Saraceni il modo per cogliere di sorpresa, a Roncisvalle, la retroguardia dell’esercito francese, guidata da Orlando, figliastro di Gano di ritorno dalla Spagna.
La retroguardia francese viene quindi sconfitta, ma Gano avrà una punizione orribile per il suo tradimento: egli sarà squartato vivo e i suoi resti bruciati e sparsi al vento.
Il Cano di Magonza, quindi, non è affatto un cane, ma è un personaggio della “Chanson de Roland”, il quale ha tradito il suo imperatore.
Per dirla come i siciliani Cano di Magonza è un’altra tipologia di cane: ‘u cani ca non canusci patruni, vale a dire il traditore. Occhio a non sbagliare!

