I calendari, oggi, possono essere considerati degli inutili orpelli, il mio editore che un tempo ne stampava a migliaia, mi conferma che la richiesta è in netta discesa anche perché i telefonini, Alexa, gli orologi da polso, gli orologi da parete e decine di altri strumenti ne hanno ridotto l’esigenza.
Va beni va’. Ama diri sempri minchiati! ‘U calennariu sevvi sempri! ‘Nto calennariu ci sunu scritti ‘i Santi, ‘a Luna, ‘i stiddi , l’oroscupu, e tanti autri ‘nfummazioni ca sunu utilissimi e ca non ci sunu né ‘nto telefoninu, né ‘nto rulogiu.
In effetti è vero: il calendario, al di là delle diverse funzioni che espleta, con un semplice colpo d’occhio, ci permette di sapere tutto quello che si serve su questa o su quella giornata, compresa l’ora in cui il sole sorge o tramonta.
Il calendario ha una stori lunghissima. Il termine calendario viene dal latino calendarium, il libro dei conti dove erano annotati i debiti pagati dai Romani il primo giorno del mese, le calendae.
Ogni civiltà, però, ha sentito la necessità di misurare il tempo e la base più sicura per farlo era il moto degli astri e dei pianeti, in particolare del Sole e della Luna.
Gli Egizi adottarono un calendario solare; i Sumeri e altri, come gli Ebrei, uno basato sui cicli lunari. Le parti dell’anno variavano di numero, quindi di durata, e spesso erano legate a cicli naturali.
In Egitto si distinguevano così tre stagioni, legate alle fasi di piena del Nilo e ai raccolti. Il carattere egizio utilizzato per significare “anno”, il gambo di una foglia di palma, simboleggiava infatti l’inondazione annuale.
Sia i calendari lunari sia quelli solari non corrispondevano alla durata effettiva dell’anno solare. Prevedevano perciò dei «mesi intercalari», cioè in più, supplementari, per compensare il ritardo del calendario.
Nel calendario usato dai Romani fino ai tempi di Giulio Cesare l’anno era suddiviso in 12 mesi lunari e la sua durata era di 355 giorni.
In tal modo esso veniva a trovarsi indietro di circa 11 giorni rispetto all’anno solare (la cui durata media di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti, 46 secondi, non corrisponde a un numero intero di giorni); perciò ogni due anni si aggiungeva un «mese intercalare» di 22 giorni.
Anche con questo espediente, però, la durata dell’anno non risultava esatta; pertanto, con l’andar dei secoli si arrivò a un grave disaccordo fra le date del calendario e le vicende stagionali; si rese quindi necessaria una correzione.
Nel calendario giuliano introdotto da Giulio Cesare nel 46-45 a.C., l’anno solare era considerato di 365 giorni e 6 ore e perciò l’anno civile (costituito da un numero intero di giorni) venne fissato in 365 giorni, stabilendo però di aggiungere un giorno ogni quattro anni. In questo modo si compensava la differenza delle sei ore in meno rispetto all’anno solare.
Dopo tre anni comuni di 365 giorni, si aveva pertanto un anno bisestile di 366 giorni (il giorno in più venne attribuito al mese di febbraio).
Ora ‘ncumenciau c’a storia e a geografia…’u calennariu è ‘u calennariu, chi n’interessunu tutti st’autri cosi? ‘I soliti chiacchiri e tabacchieri ‘i lignu!
I calendari sono di tanti tipi. Ci sono quelli di ispirazione religiosa dedicati ai vari Santi, ma in particolare a Sant’Antonio, ci sono quelli ispirati a Frate Indovino, quelli diventati dei veri e propri cult, come il Calendario Pirelli, ci sono quelli commerciali, che puntano a pubblicizzare imprese o prodotti, e poi ci sono quelli realizzati con le accattivanti immagini di donne, e pure uomini, del mondo dello spettacolo.
Viri ca ti sta’ scuddannu ‘i calennari de’ vavveri, chiddi prufumati, ca c’arrialaunu ‘e nostri patri ammucciuni, ppi non fariccillu sapiri ‘e nostri matri.
Iù, però, ‘u sapeva unni me patri minteva ‘u calennariu do’ sò vavveri e ‘u ieva a taliari: ‘i fimmini stampati erunu troppu beddi e ‘a catta faceva profumu di lavanda.
Ora ‘i cosi cancianu ma è megghiu ca non ni parru picchi iù non sugnu politicamenti corretto e cetti voti sparu papalati a t’inchi te’.