In Sicilia il confine esistente tra chi ti vuole bene chi ti vuole male, qualche volta, è più sottile di quanto non si possa immaginare.
Ad esempio, se un ragazzino commette qualche monelleria ed i sistemi più comuni di convinzione non sono sufficienti, la mamma gli dice: sta’ ‘ttentu ca fazzu veniri ‘u spiddu.
Questo tipo di minaccia assunse maggiore concretezza quando la RAI mandò in onda un teleromanzo dal titolo “Belfagor, il fantasma del Louvre”, il cui protagonista indossava una sorta di mantello ed una maschera davvero brutta, che venne subito spacciato p’o spiddu.
E fin qui tutto appare abbastanza chiaro: ‘u spiddu è qualcuno davvero brutto e cattivo che viene invocato per punirti.
Le cose si fanno più complicate e di difficile comprensione se a compiere atti punitivi è il simbolo del bene: l’angilu.
Si non c’a finisci di fari accussì viri ca passa l’angilu e ti fa ‘ristari cu’ ssa facci. Teni accura e non ci voli autru.
Questo tipo di minaccia materna veniva utilizzato soprattutto quando la monelleria consisteva nel fare qualche smorfia o qualche sberleffo.
È proprio in questo uso dubbio, ambiguo, insolito, del bene e del male, del sacro e del profano, che pare risiedano in certe diffidenze che vengono manifestate nei confronti del ruolo della Chiesa e di quello che accade nelle sagrestie, per fortuna non sempre.
In Sicilia bisogna essere chiari comunque, altrimenti, proprio a causa di certe ambiguità, si possono scambiare le cose buone per cattive e le cose cattive per buone.
La mafia lo ha fatto per decenni, inducendo le anime semplici a confondere lo Stato con l’antistato.
Lo Stato che provava a costruire una società fondata sulle l’efficienza e sulla buona educazione, ma soprattutto sul rispetto della legge, e l’anti stato che, lavorando dall’interno dello Stato, tentava di minarne le fondamenta.
Quannu si parra di cetti custioni ‘a prima cosa è essiri chiari e precisi, picchi si non si parra chiaru si pò sbagghiari e sunu cazzi amari ppi tutti.
Ad ogni modo, una delle prime cose che bisognerebbe insegnare ai bambini è proprio questa: essere capaci di tenere ben distinti il bene ed il male, avendo la piena consapevolezza che tra questi due soggetti, tra questi due comportamenti, apparentemente molto distanti, esistono una varietà sconfinata di graduali variabili.
E non ciccamu scusi picchì, minacci o non minacci, matri e non matri, coppa di cucchiai di lignu e coppa di cucchiai di lignu, ‘u spiddu è ‘na cosa e l’angilu è n’autra cosa, e non mangiu chiacchiri, ca mi fanu acidità!