È inutile negarlo, noi siciliani, ma non siamo i soli, siamo dei fatalisti nati. Anzi, diciamola tutta fino in fondo: il nostro è un fatalismo di comodo, che forse ha molto a che fare con le svariate dominazioni che abbiamo subito, ma forse potrebbe essere pure mera pigrizia, dato che auto convincerci che tutto andrà come deve andare e che non ci sia mai nulla da fare, ci assolve da qualsiasi accusa di “inadempienza” o di “mala vuluntà”.
D’altra parte ci sono alcuni elementi di “saggezza popolare” che confermerebbero l’atavicità del nostro comodo e rassegnato comportamento.
Tutti, ad esempio, conoscono il proverbio secondo il quale “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, mentre in realtà, “tra il dire ed il fare c’è di mezzo il cominciare”, che probabilmente è più faticoso e dunque di maggiore responsabilità, ma è anche più giusto e di maggiore soddisfazione.
E che dire dell’accondiscendente “caliti juncu ca passa la china”? Che ci condanna alla perenne sopportazione di qualsiasi angheria, ma anche di qualsiasi, più o meno ineluttabile, condizione alla quale saremmo, saremo o siamo stati sottoposti?
D’altra parte c’è un proverbio che ci ricorda che il tempo passa e che “essiri non si po’ chiù di ‘na vota” e “noi fummo i gattopardi” mentre oggi è tempo di iene.
Tuttavia, però, ci resta comunque un pizzico di speranza, infatti “bon tempu e malu tempu, nun dura tuttu ‘u tempu.”
In ogni caso è bene fare attenzione, perché c’è anche chi pensa che lasciarsi dominare sia meglio che fare da soli, infatti, si dice pure che “cu l’occhiu ru patruni ‘ngrassa u cavaddu” e macari ‘u sceccu!
D’altra parte, il nostro individualismo, che spesso è premessa dell’immobilismo, del quale siamo tristemente affetti, ci porta a dire che “centu testi, centu mazzi” oppure “a pignata ‘n cumuni non vugghi mai”, anche perché “cetti macchi ‘ncaddati si ponu rattari, ma non si ponu livari”.
Il nostro fatalismo e l’ipotetica immutabilità della nostra condizione, infine, sono confermati da un proverbio che la dice lunga sul nostro modo di essere, in quanto ci descrive in maniera assolutamente inequivocabile: “cu sceccu nasci, sceccu mori” ovvero “cu nasci tunnu non mori quatratu”.
A questo punto mi chiedo: siamo sicuri che noi siciliani siamo tutti scecchi o forse ci hanno sempre fatto credere che sia così e a noi, pigri e lamentosi come siamo, ha fatto comodo pensare che fosse vero?
In fondo un po’ di biada e una stalla per ripararci l’abbiamo tutti e se ragliano un po’ nessuno si arrabbia. O no?