Questo capitolo è dedicato al solito carabiniere di Belluno o di Pordenone chiamato a trascrivere qualche intercettazione telefonica.
Non è la prima volta che uso questo sistema non solo nell’interesse della giustizia, ma anche per elevare il grado di comprensione del siciliano, cioè di quella che fu la progenitrice della lingua italiana.
Su parrimi soggira e sentimi nora si potrebbe scrivere un trattato di psicologia familiare e di relazioni interpersonali tra le suocere e le nuore, tradizionalmente ostili per definizione, come potrebbero essere i cani e i gatti.
Le liti tra suocera e nuora o, un po’ di meno, tra suocero e genero costituiscono un cult del quale si sono occupati filosofi, romanzieri, cabarettisti, ecc.
D’altra parte è noto che ppi cantari ci voli l’aceddu, ma ppi parrari ci voli ‘u ciriveddu. Se si dovessero invertire i due termini sarebbe un vero guaio, e a varagnarici sunu sulu l’avvucati.
Bisogna però capire che testa ca non parra si chiama cucuzza, così come è vero che non bisogna ittari paroli o’ ventu, picchì ‘a megghiu parola è chidda ca non si dici.
Immaginate cosa potrebbe capire il carabiniere di cui sopra di fronte ad un conversazione nella quale uno degli interlocutori dice all’altro: amicu miu, tu m’a capiri a’ volu. Parrimi soggira e sentimi nora, ch’assai non pozzu diri, picchì ‘a megghiu parola è chidda ca non si dici. Iu, però, ‘u sacciu: testa ca non parra si chiama cucuzza e si non vulemu sbagghiari non ama diri chiù nenti.
Anzi, per dirla con i palermitani, che usano parecchio questa formula, è meglio accattarisi ‘u parrapicca.
In ogni caso è sempre bene applicare la saggia regola delle 11 P: prima pensa, poi parla, perché parole poco pensate producono parecchie puttanate.