il ritrovamento di un’opera d’arte dimenticata ha riaperto una ferita mai rimarginata

della storia cittadina. Martedì scorso la memoria del Campo Profughi San Benedetto è

tornata in piazza, tra le voci degli ultimi testimoni e la solidarietà di un quartiere che seppe

accogliere

Hanno sepolto una statua. Hanno sepolto una storia. Ma la memoria, si sa, non si

cancella. E quando riemerge, lo fa con la forza di chi ha atteso troppo a lungo. Nei giorni

scorsi, tra cumuli di rifiuti e macerie del quartiere Cibali, era riaffiorata un’opera che per

decenni si era creduta perduta: una scultura di San Benedetto, verosimilmente uscita dalla

bottega di Giulio Moschetti, lo stesso artista della celebre Fontana del Ratto di Proserpina in

piazza Giovanni XXIII. Il santo patrono dell’accoglienza vegliava ancora sul portico che aveva

visto passare generazioni di esuli, dimenticato tra l’erba alta e le macerie. Il ritrovamento,

prontamente segnalato alla Soprintendenza di Catania con posta certificata il 23 luglio

scorso, aveva aperto uno squarcio su una pagina di storia che la città aveva troppo a lungo

preferito ignorare.

La serata del 18 agosto: quando la memoria ha preso parola

È stata proprio la scoperta della statua a dare il via a una serata che resterà nella storia del

quartiere. Martedì 18 agosto, presso lo Spazio Culturale di via Cifali 111, l’Associazione

Casbah Cibali ha promosso “Raccontiamoci”: una tavola rotonda aperta e partecipata che ha

trasformato il ricordo privato in patrimonio collettivo. Non una commemorazione retorica, ma

un atto di cura civile in cui «ogni voce ha avuto lo stesso peso e ogni ricordo è diventato un

tassello».

Al centro del dialogo, le testimonianze di chi quel campo lo ha vissuto sulla propria pelle.

C’era Michele arrivato a bordo della nave Oceania nel novembre del 1962, che ha ricordato i

tre giorni in acque internazionali prima dello sbarco a Napoli, le camionette dell’esercito che

li trasferirono alla stazione, i vagoni con i posti a sedere contrapposti, i militari che

distribuivano pasti a chi non possedeva nulla, «nemmeno la più misera vettovaglia».

C’era Giuseppe, allora poco più che un bambino, che ha evocato i materassi di crini a terra nelle

camerate del campo e il disappunto degli adulti per promesse del console ad Asmara che a

destinazione erano già polvere. E c’era Giusy, figlia di profugo, il cui padre visse al campo di

Cibali come profugo della Libia alla fine degli anni 79: le sue memorie sono state il ponte tra

due mondi, quello africano lasciato alle spalle e quello italiano che si era rifiutato di

riconoscerli.

Il campo, i Cifaloti e una Regola divenuta pratica di vita

Il Campo Profughi San Benedetto, sorto tra via Casagrandi e via Merlino, aveva accolto nel

1962 centinaia di famiglie in fuga dall’Africa Orientale dopo l’annessione dell’Eritrea

all’Etiopia da parte di Hailé Selassié. Materassi di crini su brandine militari, codice «come

carcerati» per una tazza di latte, pranzo e cena nella mensa comune gestita dall’esercito.

Alcuni vi erano rimasti mesi, altri anni. Nessuno li aveva preparati a quello che avrebbero

trovato. Nessuno li aveva avvertiti che l’Italia li avrebbe guardati con diffidenza, giudicandoli

— spesso arbitrariamente — come simpatizzanti fascisti, come testimoni imbarazzanti di uncolonialismo che il nuovo Stato repubblicano voleva solo dimenticare.

Eppure, in quel deserto di indifferenza istituzionale, qualcuno aveva allargato le porte. Il

quartiere Cibali, e in particolare gli abitanti di via Cifali — i Cifaloti — avevano fatto propria la

Regola di San Benedetto: «Tutti gli ospiti che giungono siano accolti come Cristo in

persona». Durante la serata è emerso chiaramente che non fu solo un atto di carità, ma di

resistenza civile. Mentre lo Stato frammentava i flussi per esorcizzare una possibile unione

politica dei rimpatriati, sparpagliandoli da nord a sud in minuscoli gruppi, Cibali era diventato

un luogo di memoria viva, dove la solidarietà del vicinato suppliva all’assenza del potere

pubblico. Oggi quei capannoni non esistono più, ma il suolo che li ha ospitati sì. E la memoria

dei sopravvissuti, come quella degli abitanti che li accolsero, resiste. Il loro tempo, però,

stringe.

Il madamato: i figli dimenticati dell’Impero

Ma dalla tavola rotonda è emerso anche un altro silenzio, ancora più profondo, che grida

giustizia. Se i profughi dell’Africa Orientale Italiana furono emarginati, i figli delle unioni miste

— nati dal cosiddetto madamato, relazioni more uxorio tra italiani e donne indigene nelle

colonie del Corno d’Africa — furono cancellati. Il regime fascista, considerando il meticciato

una minaccia alla «purezza di razza», vietò progressivamente tali unioni con il Regio Decreto

Legislativo n. 880 del 1937, per infliggere il colpo di grazia con la legge 13 maggio 1940, n.

822: i figli meticci «assumevano lo statuto del genitore nativo», venivano privati di ogni

riconoscimento giuridico e cittadinanza, e a loro era vietato persino portare il cognome del

padre italiano.

Dopo la guerra, l’abrogazione formale di quelle norme non si tradusse mai in giustizia

concreta. Come ha documentato il giornalista catanese Vittorio Longhi nel suo Il colore del

nome (Solferino, 2021), si stima che siano almeno ventimila i meticci nati in sessant’anni di

colonialismo; di questi, ne sono stati riconosciuti appena cinque o seimila. «Da allora nessun

governo ha mai messo mano alla questione dei riconoscimenti», ha ricordato padre Protasio

Delfini, uno dei figli delle colonie. L’assenza di un processo storico che condanni il

colonialismo razzista italiano — una sorta di Norimberga mai avvenuta — ha generato una

consolatoria autoassoluzione popolare che ancora oggi rende invisibili queste vite, negando

diritti sociali e identitari che nessuna legge repubblicana ha mai pienamente restituito.

Un certificato, una condanna, una rinascita

La storia dei profughi dell’AOI è intrecciata a quella di un pezzo di carta: il certificato di

profugo. Nato con la legge 4 marzo 1952, n. 137 e attuato dal D.P.R. 4 luglio 1956, n. 1117,

quel documento avrebbe dovuto garantire sussidi, alloggi popolari, accesso ai concorsi,

esonero dal servizio militare. Nella realtà, fu spesso carta straccia. I profughi africani

dovettero competere con categorie più «visibili» politicamente, come i giuliano-dalmati

assistiti dall’OPA, e subirono ritardi burocratici, pratiche clientelari e una ghettizzazione che

durò decenni: nel campo di Aversa, per esempio, i rimpatriati rimasero fino al 1990.

Eppure, come ha ricordato uno dei pochi superstiti presenti a Cibali, «il certificato di profugo,

nato come marchio di emarginazione, oggi è diventato un motivo di vanto e orgoglio. Perché

quella gente, con le sue sole forze, si è tirata fuori da una condizione che lo Stato le avevariservato».

La strada davanti

La serata di martedì non si è esaurita in un applauso. Tra i partecipanti — professionisti,

studiosi, giornalisti e semplici cittadini — è nato un patto: trasformare il ricordo in progetto,

la testimonianza in tutela. La statua di San Benedetto, segnalata alla Soprintendenza,

attende ora i provvedimenti di recupero. Ma soprattutto, è stata restituita dignità a una storia

rimossa e a un patrimonio artistico dimenticato. Perché quando la memoria riemerge, anche

tra le macerie, la città ha una seconda chance: non voltarsi dall’altra parte. Sì sì, è ancora lì, a Cibali.