Cà i cosi si fanu cumplicati la frase “Lettu, rizzett e lettu catalettu” vuol dire che nel letto ci si riposa ma anche ci si viene adagiato quando si muore.
Il cataletto, infatti è la barella con la quale si trasporta la bara di un morto e che, nel caso di funerali solenni, si usa rivestire di appositi drappi con simboli funerari.
In siciliano, con questo modi di dire si usa sollecitare la persona pigra affinché non resti a poltrire sul letto, perché la pigrizia e l’ immobilismo può portare alla morte.
Ovviamente non ci si riferisce alla morte fisica, ma alla morte intellettuale, alla depressione, alla scarsa voglia di fare, che in fondo è una forma di morte.
Ma il letto può anche essere definito jazzu, soprattutto se è disordinato, come si presenta un qualsiasi letto alla mattina, magari dopo una notte particolarmente agitata, trascorsa da soli oppure in compagnia.
“Abbessa ssu jazzu”, mi diceva spesso mia madre, quando per pigrizia mi alzavo e uscivo di casa il prima possibile, fingendo di aver dimenticato di rifare il letto.
Il catanese, se da una parte è intraprendente, ironico ed auto ironico dall’altra è pigro e spesso indolente. In tal senso il rapporto che egli ha con il tetto costituisce un indicatore che difficilmente sbaglia le previsioni.
‘U lettu scunzatu di matina significa mala vuluntà. Beddi mei, un proverbio dice il il buongiorno si vede dal mattino ed è vero. Ma si di matina ‘u lettu è scunzatu significa ca non siti cosa e amara a cu’ c’incappa.
Ppi non parrari di chiddi ca fanu ‘u sceccu ‘nto linzolu. ‘U sapiti zoccu meni a diri chistu? Secunnu mia n’o sapiti picchi siti tutti rischi toschi. Ora v’u spiegu iù.
Fari ‘ sceccu ‘nto linzolu, rappresenta una tipica espressione siciliana la cui traduzione letterale è: fare l’asino nel lenzuolo!
Cioè malgrado il lenzuolo copra l’oggetto in questione, chiaramente si capisce cosa nasconde.
Viene affibbiata infatti a qualcuno che palesemente fa il finto tonto per far credere di non sapere, di non vedere, di non sentire. Si dice di persona furba, che per evitare certe situazioni si finge ingenuo quando non lo è affatto.
Tutti chissi ca fanu comu ‘u sceccu ‘nto linzolu, appoi, sunu macari faccioli, fanu ‘na facci davanti e ‘na facci d’arreri, veri e propri “cancia bannera” oppuri “bannera di cannavazzu”, come dicono a Palermo riferendosi ai voltagabbana privi di qualsiasi valore morale.
Il termine trae origine da Giano, il dio bifronte citato nella mitologia siciliana e non solo in quella.
Per ora mi femmu ccà, ma di faccioli e banneri di cannavazzu, anzi di tintu cannavazzu ni canusciu assai. Accura ca su m’incazzu sbacantu ‘u stommucu e a cettuni ca si sentunu cacocciula i fazzu scappari di Catania!
