di Vito Pirrone

Vito Pirrone


In questa seconda ondata della pandemia si percepisce chiaramente come ci sia meno solidarietà, sia a livello sociale che istituzionale.

Ma c’è una responsabilità da parte delle Autorità, che non hanno potenziato la medicina di territorio, e le reti ospedaliere deficitarie. Il governo, pur avendo disposto degli stanziamenti per il potenziamento del sistema sanitario, non ha tenuto conto della storica lentezza delle procedure di attivazione della spesa pubblica, tanto è vero che molte di quelle somme ancora oggi non risultano erogate al territorio.

Invero, i nostri politici hanno gestito l’emergenza sanitaria nell’ottica primaria del consenso elettorale piuttosto che della salute della collettività.

Diceva De Gasperi che un politico  pensa alle prossime elezioni, mentre uno statista alle  prossime generazioni.

In questa situazione, più che uno scontro tra maggioranza ed opposizione sarebbe stato opportuno un dialogo tra tutte le formazioni politiche, per combattere una battaglia comune nell’interesse degli italiani.

Non possiamo più nasconderci dietro allo smarrimento. Neppure allo sguardo più superficiale e distratto sfuggirebbe il fatto che stiamo attraversando un guado di millennio. Siamo in quel tempo che Giorgio Bassani descrisse, in modo mirabile, come il tempo in cui tutto ancora può succedere, di quel mondo che sarà, ma che non riusciamo  ad intravedere in modo nitido. 

E’ anche la dimensione psicologica, la percezione quotidiana del vissuto, dello spazio e del tempo a trasformarsi profondamente. Quello che possiamo fare e, quindi, il modo in cui possiamo coordinarci con gli altri. 

La ῾remotizzazione᾿, il distanziamento, le modalità  di lavoro sono solo la superficie di processi di trasformazione che toccano i nervi più profondi della società. 

Le nostre scelte si sono modificate sul piano oggettivo – ci sono cose che attualmente  non possiamo fare come per esempio, assistere ad un concerto, andare al teatro o al cinema – ma si è soprattutto offuscata una serie di opzioni comportamentali che consideriamo come  routinarie, abituali e, quindi, affidabili, soprattutto mentre ci avventuriamo nell’ignoto. 

Occorre formare elìtes politiche ed amministrative capaci di operare mettendo insieme forme diverse di intelligenza, fra le quali quella della empatia e quella della progettualità, ma senza la hybris demiurgica. Viviamo in un mondo interdipendente e nessuno può fare da solo. 

Abbiamo bisogno di una elite che sappia far dialogare immaginazione e razionalità.

Il conflitto istituzionale, a cui abbiamo assistito, fra Stato- Regioni- Comuni, non è ammissibile davanti ad una sfida sanitaria, sociale ed economica mai vista dal secondo dopoguerra ad oggi.

Si dice spesso che quella contro la pandemia è una guerra, una guerra mondiale. Per affrontare le conseguenze della Seconda guerra mondiale, gli italiani nonostante i gravi contrasti politici e sociali, scelsero la via dell’unità delle forze, che perdurò dal 1945 al 1947: fu una scelta felice poiché consentì la creazione di basi per lo sviluppo democratico del Paese e per il “miracolo economico”.

Occorre attenzionare, inoltre, la presenza delle mafie, le quali trovano sempre terreno fertile in situazioni di crisi, per inserirsi nei territori, tentando di sostituirsi allo Stato; è ciò che è stato definito da Federico Varese “il welfare mafioso”.

Le organizzazioni criminali cercheranno in tutti i modi di approfittare della crisi provocata dalla pandemia per fare affari ed inquinare l’economia legale.

La storia  insegna che in occasione della crisi economica del 1929, la mafia sostenne la popolazione attanagliata dalla fame e dalla povertà, entrando prepotentemente in gioco .

Occorre che le istituzioni vigilino. Con il recovery fund,  gli appetiti criminali non mancheranno.

La priorità è  fronteggiare l’emergenza sanitaria, nonché la capacità di utilizzare bene le risorse finanziarie disponibili per far ripartire l’economia, con investimenti prioritari per la sanità, le scuole e le infrastrutture. 

Questa pandemia sarà, probabilmente, uno spartiacque nella storia. Viviamo ancora nell’incertezza, nel dolore per le tante vite spezzate da questo nemico invisibile. Il termine Covid-19 appariva come qualcosa di lontano ed estraneo: oggi, invece, ha preso la forma e le sembianze delle nostre paure, ci ha costretti a ridisegnare le nostre vite ed il nostro tempo, a riscrivere le nostre abitudini. Allo stesso tempo, però, ci ha dato l’opportunità per fermarci a riflettere, a ragionare su noi stessi e sul futuro. E dunque: che cosa abbiamo imparato da questa esperienza così drammatica? L’importanza dei rapporti umani. Ci ritroviamo a vivere un tempo che ci ha spiazzati.

Romanzi ed epidemie, dalla peste alla Sars. Quasi un’attrazione fatale. Lo dicono le classifiche dei libri più venduti in questi mesi di “quarantena”, che vedono ai primissimi posti opere come         “La peste” di Camus, e “Cecità” di Saramago. Il pensiero va ai “Promessi Sposi” e a quei due capitoli (XXXI e XXXII) in cui Alessandro Manzoni ripercorre con dovizia di dettagli storici,  ma anche con sarcasmo e fine ironia, la grande peste che ammorbò l’Italia, ma soprattutto la città di Milano, nel 1630. 

A situazioni eccezionali si deve rispondere con provvedimenti immediati e coraggiosi. Per affrontare la pandemia, che ha assunto proporzioni oltremodo gravi, occorre adottare misure altrettanto eccezionali iniziando a mettere in rete tutte le risorse disponibili e abbattendo la burocrazia che anche in questi frangenti drammatici blocca importanti decisioni.