di Ludovico Falzone

Un simbolo che rappresenta il dolore di una società. La solitudine di un uomo in una piazza deserta, l’intero mondo che piange. Papa Francesco che nella sua benedizione Urbi et Orbi di quel piovoso 27 marzo 2020 pregava per lo smarrimento che la pandemia ha causato nell’essere umano, oggi, ci richiama all’ascolto. «L’ascoltare è il primo indispensabile ingrediente del dialogo e della buona comunicazione. Non si comunica se non si è prima ascoltato e non si fa buon giornalismo senza la capacità di ascoltare». Le parole del Papa alleviano il dolore della ferita che lacera il giornalismo ormai da anni, sono un moto di riscatto per un mondo che è già da tempo invaso da ogni tipo di forma di divulgazione, per cui è difficile discernere da ciò che è comunicazione e informazione. Tuttavia, si è cercato di ripartire da quel silenzio assordante di una Piazza San Pietro vuota. Il silenzio è, dunque, l’ascolto. Un impegno messo in pratica già da Andrea Monda, direttore de L’Osservatore Romano, che ha raccontato la sua esperienza di dirigenza durante la pandemia in occasione della conferenza dal titolo “Il giornalismo e la comunicazione digitale post covid”, tenutasi il 24 gennaio 2022 presso la sede dell’Università LUMSA a Roma.
È proprio la figura dell’ospedale da campo come metafora della Chiesa che si prende cura del popolo che è stata interpretata dalla redazione vaticana come un’occasione per raccontare storie. Il direttore Monda asserisce che l’idea è partita proprio dalle parole del Papa che ricorda che non esistono storie piccole, perché ogni storia ha una propria dignità. Dunque, come mosso da un istinto di sopravvivenza, dà il via ad una rubrica intitolata “Laboratorio dopo la pandemia”, spazio della testata dedicato alle storie che raccontano le difficili situazioni e conseguenze che il covid ha portato nelle realtà di ognuno. La rubrica porta un titolo quasi profetico, come se si fosse passati al secondo atto di una tragedia, come se si fosse chiuso il sipario di uno spettacolo agghiacciante che è costato la vita di molti innocenti. Questo spazio di lettura è occasione per riflettere sul senso di responsabilità di cui siamo investiti e sul peso che grava sulle spalle di chi è costretto a non dimenticare, soprattutto oggi durante il dilagare dei contagi. A questo proposito, il direttore Monda cita il teologo Dietrich Bonhoeffer che ben interpreta l’impegno a cui non possiamo sottrarci: “Per chi è responsabile la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in questo passaggio, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene?”. Imperativo categorico per una ripartenza condivisa, per una società che rinasce e per un futuro che ha bisogno di un passato; ecco, la necessità di raccontare storie di persone, che segna il primo passo verso l’incorporazione della parola di kantiana memoria: fare entrare il mondo dentro noi stessi attraverso l’ascolto, come condizione preliminare.


Nell’orrore che si cela dietro la pandemia, si scorge un’occasione di crescita come testimoniato da Monda. Ogni storia umana nasce dal rapporto stretto con l’evento drammatico, fin dall’antichità, infatti, le storie più eterne come l’Iliade di Omero e l’Edipo re di Sofocle, le cui trame sono intessute all’inizio del propagarsi di pestilenze, testimoniano lo smarrimento del popolo.
Tuttavia, il lockdown, che ha bloccato il mondo, ha fatto emergere la consapevolezza del potere della comunicazione digitale e online, come sfida per valicare il muro dell’isolamento a distanza. Nonostante isolati, siamo comunque affollati dalla confusione mediatica dei social che catturano la nostra attenzione, ma per avere quella capacità di discernimento nell’ascolto, come dice il Papa, bisogna avere lo stupore del bambino e la consapevolezza dell’adulto. Da qui parte l’intervento di Mauro Ungaro, presidente della Federazione dei Settimanali Cattolici Italiani (FISC), che durante la sua relazione, ricorda l’esperienza di giornalismo durante la pandemia. Sottolinea soprattutto quanto sia stata affluente la partecipazione dei lettori attraverso le testate online e i social, perché bisognosi di un porto sicuro su cui approdare, di qualcuno su cui riporre la propria fiducia e di avere qualcuno che raccontasse la loro condizione. Dunque, insieme alla redazione tutta, hanno cominciato a raccogliere le storie delle persone dei paesi, che spesso rappresentavano l’identità di piccoli centri, grati per avere un portavoce al loro grido di speranza. Ungaro racconta, infine, che quel flusso straziante di carri funebri che portavano le salme partito da Brescia è giunto fino ad un paesino della bassa friulana provvisto di un forno crematorio. Il vescovo, una delle poche persone presenti, quel giorno ha benedetto per tre ore tutte le bare e la comunicazione di questo mesto avvenimento ha conferito una carezza sul cuore a quelle persone che non hanno potuto dare l’ultimo saluto ai propri cari. Quella marcia della morte, oggi, si trasforma in flusso di solidarietà, insegnamento importante che la pandemia ha finora trasmesso e ancor di più la consapevolezza che attorno c’è tanta gente, tante realtà che, come i discepoli di Emmaus, chiedono di camminare verso Gerusalemme per incontrare la parola.