La logica conseguenza di una frase come viri chi mi nni vinni…da parte di chi non ha proprio voglia di subire passivamente l’esito negativo di un gesto di generosità o di bontà, non può che essere un’altra frase, tipica di chi non ha la vocazione del martire e dunque non può non dire: non mi scuncicari ca ti rattu, che tradotto per i settentrionali significa: non mi provocare che ti graffio, esattamente come fanno i gatti quando vengono stuzzicati, anche a fin di bene, magari solo per giocare, mentre loro stanno riposando.
Si potrebbe dire pure non disturbarmi altrimenti mi arrabbio, ma non ha lo stesso fascino plastico ed efficace di non mi scuncicari ca ti rattu, sicuramente molto più teatrale, esattamente come sono teatrali i catanesi.
Tuttavia, come accade per molte altre frasi e per molte altre parole siciliane, i significati possono essere tanti e non sempre coerenti tra loro.
Non mi scuncicari ca ti rattu, infatti, non è detto che significhi lasciami in pace, dato che può voler dire esattamente il contrario, nel senso che la frase in questione potrebbe essere interpretata come un invito ad essere scuncicato/a, come lo è mamma Ciccu mi tocca, toccami Ciccu c’a mamma non c’é.
E siamo alle solite! Ancora una volta siamo di fronte ad un linguaggio dalle molteplici e complesse interpretazioni, a volte contraddittorie, com’è contraddittorio, di solito, il carattere dei siciliani, sempre pronti al disperato lamento, ma non tanto pronti alla consequente reazione partecipata.
Noi siciliani semu pacinziusi, o fossi semu lagniusi, inveci di fari chiddu c’ama fari, aspittamu c’a fallu sunu l’autri, accussi nuautri ni putemu lamintari, senza stancarini ch’assai do’ nicissariu.
D’altra parte, comu ni lamintamu nuautri non si lamenta nuddu. Ni lamintamu accussi bonu ca cetti voti, ai lamenti ci criremu nuautri stissi.
Sul lamento il nostro proverbio più famoso è spassu di strada e lamentu di casa, che la dice lunga anche sul nostro modo di “subire” la famiglia, soprattutto la moglie, o il marito ed i suoceri, nonostante siamo perfettamente consapevoli che, in linea di massima ci cascamu tutti. Qualcunu ci casta due e macari tri voti: pazzi!
A noi siciliani, però, di unni ni chiovi ni sciddica e quello che dicono gli altri ci interessa fino ad un certo punto, perché andiamo comunque per la nostra strada.
Non a caso, infatti, dalla terra di Trinacria, dalla “Perla del Mediterraneo”, nei vari secoli, sono passate quattordici dominazioni che ne sono rimaste conquistate, lasciandoci monumenti, palazzi, opere d’arte e soprattutto parte del loro carattere, facendoci così diventare quello che siamo, nel bene e nel male.
Pecciò, amicu miu, non mi scuncicari ta ti rattu, e non t’u scurdari picchi arresti rattatu ppi sempri…
