Credo che la passerella svoltasi pochi mesi addietro, a proposito dell’inaugurazione del treno “Frecciabianca”, che dovrebbe unire Catania e Palermo in tre ore e sette minuti, vale a dire ben due minuti meno di quanto accade già oggi con un treno regionale, ma con un biglietto che costerà un euro in più, dovrebbe far comprendere persino ai più scettici che la chiave di qualsiasi modello di sviluppo economico su cui costruire il rilancio della Sicilia e l’intero Mezzogiorno, arricchendo così l’intero Paese, non può che essere il ponte sullo stretto di Messina.

Vi chiederete perché ed io proverò a spiegarlo. Il ponte non solo farà diventare la Sicilia una enorme piattaforma logistica, in grado di lavorare e smistare le merci provenienti da tutto il mondo, attraverso il Canale di Suez, e parliamo di oltre 50.000 navi all’anno, ma permetterà l’arrivo nell’Isola dei treni ad alta velocità, che imporranno il conseguente adeguamento dell’intera rete ferrata, quella che oggi rende impossibile l’aumento della velocità commerciale dei convogli in servizio. 

Il problema non risiede solo nelle motrici, (quella che con il “Frecciabianca” ci hanno spacciato per nuova ha già tanti anni e proviene da una linea dismessa), ma anche nella capacità di tenuta dei binari. 

In proposito un caro e attento amico mi ha ricordato che quando crollò il viadotto Himera, sull’autostrada Catania Palermo, e fu necessario potenziare i collegamenti ferroviari, la tratta Catania-Palermo, per percorrere la quale prima ci si impiegava circa cinque ore, fu riformata portandola a circa tre ore, il tutto in due o tre settimane.

Una circostanza che contribuì a suscitare non pochi dubbi e persino qualche sospetto circa i rapporti tra gestori di linee su rotaia e gestori di linee su gomma. 

E poi c’è un altra questione, almeno per i “geni” a cui allora era affidato il governo del Paese. 

Loro, trascurando il contenuto dell’art. 3 della Costituzione,  che dovrebbe assicurare pari trattamento per tutti i cittadini italiani, ritengono che l’ammodernamento della rete ferroviaria in Sicilia non sarebbe conveniente, perché gli utenti interni non sarebbero sufficienti a sopportarne i costi. 

È probabile che sul piano strettamente economico sia vero, ma se così fosse, perché noi siciliani non dovremmo permetterci di pensare di dover pagare le tasse in proporzione alla qualità dei servizi di cui possiamo usufruire? 

Insomma, pur sapendo di voler fare una provocazione, se per percorrere circa duecento chilometri nello stesso tempo in cui al nord se ne percorrono ottocento, perché non dovremmo pagare le tariffe ferroviarie o le tasse con lo stesso rapporto, risparmiando circa tre quarti delle somme che paghiamo normalmente?